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La "Strada della lana"

UN ITINERARIO DI ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE TRA BIELLESE E VALSESIA

Coordinamento scientifico e testi: Maria Luisa Barelli (M.L.B.), Marco Trisciuoglio (M.Tr.), Giovanni Vachino (G.V.). Traduzione: Elisabetta De Biasio.

 

percorso

 

La "Strada della lana"

L'itinerario, progettato dal DocBi e dal Politecnico di Torino, compreso nel sistema ecomuseale della Provincia di Biella, mette in comunicazione le citta' di Biella e Borgosesia attraverso un percorso che, fin dai secoli scorsi, era definito come la "Strada della lana". Si sviluppa infatti attraverso la Valle Strona e la Valsessera, nelle quali e' nata l'industrializzazione tessile. L'itinerario, lungo circa cinquanta chilometri, raggiunge Borgosesia, sede di un antico mercato laniero. Lungo tutto il percorso sorgono decine di siti industriali storici con caratteristiche diverse riguardo sia alla loro tipologia edilizia che allo stato di conservazione. La percezione del paesaggio "laniero" e' favorita non soltanto dagli antichi lanifici, molti dei quali sono ancora attivi, e dalle loro ciminiere, ma anche dalle infrastrutture ad essi connesse, dalle case e dai villaggi operai, dalle antiche derivazioni, dai "sentieri del lavoro" aperti nel secolo scorso dagli operai per raggiungere i lanifici localizzati lungo il corso dei torrenti, dal fischio della sirena che ne caratterizza il paesaggio sonoro. Nella "Fabbrica della ruota", l'ex lanificio Zignone, quasi un simbolo del patrimonio industriale biellese e luogo centrale di tutto il percorso, ha sede una mostra permanente che documenta ed approfondisce i temi e gli argomenti della storia industriale tessile.

Alcuni itinerari alternativi e integrativi rispetto a quello principale percorrono le valli e consentono di approfondire la conoscenza del territorio laniero. Ritornati a Biella attraverso un itinerario che, partendo da Vallemosso, tocca altri centri che vantano antiche tradizioni laniere quali Strona, Lessona, Vigliano e Cossato, sara' possibile approfondire la conoscenza della capitale del distretto tessile e da qui partire per altri percorsi nel Biellese occidentale, che conserva anch'esso significativi monumenti sedimentati dalle secolari attivita' laniere. (G.V.)

 

"The Road of the wool" The route, planned by DocBi, in conjunction with the Polytechnic Institute of Turin and part of the "Ecomuseum of Biella Province", links Biella to Borgosesia and has been called "The Road of the Wool" for several centuries.The route expands through the Strona and Sessera valleys, where textile industrialization was born, and after about fifty kilometers, it reaches Borgosesia, the seat of an old wool market. Along the route, there is an abundance of historical industries with diverse characteristics in their building typology and in their state of preservation. The perception of the "wool landscape" is helped not only by ancient woolen mills (many of them are still active) and their chimneys, but also by infrastructures connected to them by workmen's dwellings, by old water channels, by the "path of workers" (opened in the last century for reaching woolen mills along rivers) and by the hoot of factory whistles, which characterize the "sound-landscape".

Some alternative and integrative routes run through the valleys and delve into the knowledge of the wool country. In the "Factory of the Wheel" (former Zignone wool mill) - the symbol of the Biella area industrial heritage and the center of the whole route - there is a permanent exhibition that studies the history of textile industry. Returning to Biella, via a route that starts from Vallemosso and touches Strona, Lessona, Vigliano and Cossato - places with ancient wool traditions - it will be possible to visit the chief town of the textile district and to use this as a starting point for exploring other routes in the western Biella area, that preserve vital buildings related to age-old wool activities.

 

 

 

 

Politecnico di Torino

Ecomuseo del Biellese

 

in collaborazione con:

Regione Piemonte

Provincia di Biella

Aipai Ticcih

Uib

Art

Fondazione Crt

Fondazione Crb

Cciaa

 

Il progetto

Il progetto della "Strada della lana" intende trasferire nel territorio gli esiti derivanti dal precedente progetto di ricerca "I luoghi dell'industria biellese tra memoria e progetto", attivato fin dal 1991 grazie ad una collaborazione tra il DocBi ed il Politecnico di Torino. Nell'ambito di tale ricerca che, per quanto non ancora conclusa, ha fino ad ora prodotto significativi risultati in termini di conoscenza, sono state edite varie pubblicazioni, alcune delle quali costituiscono il catalogo delle mostre allestite presso la "Fabbrica della ruota", volte alla divulgazione dei risultati della ricerca stessa. Nato come un percorso culturale finalizzato alla messa in valore dell'ingente patrimonio industriale esistente lungo il tracciato che, collegando Biella con Borgosesia, attraversa un territorio da sempre laniero, questo itinerario si propone anche come un'occasione di rilancio per un distretto caratterizzato da un paesaggio industriale di particolare valore. (G.V.)

 

Fabbrica della Ruota

Biella

Il percorso geografico corrisponde al percorso storico e prende l'avvio da Biella, da sempre citta' laniera - risalgono al 1245 gli statuti dei drappieri - e capitale del distretto industriale. In Biella, tra '800 e '900, si definisce quel "ruolo misto di citta' industriale e importante polo commerciale e di servizi per il circondario" che ancora oggi la caratterizza. "Dopo l'affermazione del sistema di fabbrica, la citta' diviene un polo di attrazione nel momento in cui alle iniziative cittadine di inizio Ottocento si aggiunsero le iniziative degli industriali provenienti dalle vallate". Oltre a Maurizio Sella, che diede origine al proprio lanificio acquistando nel 1835 dal santuario di Oropa un filatoio per seta, furono proprio gli imprenditori della Valle Strona, i Garbaccio, i Grosso, i Mino, e poi i Rivetti, a determinare lo sviluppo industriale, assieme a quelli della Valsessera, come i Bozzalla, che diedero vita al lanificio poi ceduto ai Cerruti, ed i Tonella. Senza dimenticare i cotonieri: Pietro e Giovanni Poma ed i Cantono, che provenivano da Zumaglia. L'itinerario sale verso Pettinengo, sede fin dal '700 di una diffusa attivita' di maglieria che, nell'800, divenne industria per opera dei Bellia, dei Maggia, dei Vaglio e degli Zorio. (G.V.)

(nella foto: Biella, ex lanificio Pria)

 

Lanificio Pria

La Valle Strona

Fin dall'inizio dell'Ottocento, ad opera di Pietro Sella, la Valle Strona fu protagonista del passaggio dalla produzione manifatturiera a quella industriale. Gia' nel 1836, quando i "lanifici idraulici" erano, nel Biellese, una decina, i piu' importanti erano localizzati nella valle, che ben presto divenne il piu' sviluppato centro industriale del Biellese, dal momento che gia' nel 1873 a Crocemosso erano presenti 15 lanifici con 328 telai a mano e 48 ad acqua che occupavano 985 operai. Proprio in Valle Strona si registravano i piu' elevati compensi pagati alle maestranze, determinati dalla loro riconosciuta specializzazione, ma anche dall'attivita' delle prime organizzazioni operaie. La crescita dell'industria tessile in Valle Strona e' stata continua fino a raggiungere, nel 1961, oltre 12.000 addetti, quando in Biella se ne registravano circa 9500. Questa secolare tradizione laniera viene oggi riconosciuta e messa in valore mediante il progetto "Un paese di stoffa buona", attivato in Vallemosso. (G.V.)

(nella foto: Vallemosso, lanificio Botto Giuseppe)

 

Lanificio Botto Giuseppe

La Valle Sessera

Lungo il torrente Sessera si allineano alcuni importanti centri industriali: Pianceri, Pray, Coggiola e Masseranga. Molti fabbricanti delle zone di Trivero e Portula, per sfruttare la forza motrice idraulica del torrente, scelsero di impiantare qui nel corso dell'Ottocento le loro attivita' produttive: i Bozzalla, gli Ubertalli, i Fila, i Lesna e i Bruno Ventre a Coggiola, i Lora Totino e i Trabaldo Togna a Pray e Pianceri. A questo processo di progressiva densificazione delle fabbriche lungo il Sessera, particolarmente intenso a partire dalla seconda meta' dell'Ottocento, corrispose, in quei centri, un considerevole aumento demografico. Emblematico il caso di Pray, che nel 1861 contava 273 abitanti, nel 1881 crebbe a 1812, per arrivare nel 1912 a ben 2756 abitanti. All'assenza di vie di comunicazione efficienti, tratto distintivo di quest'area lungo quasi tutto il secolo, si inizio' a porre rimedio solo dopo la realizzazione, nel 1870, della strada provinciale Biella-Pettinengo-Ponzone-Borgosesia, con la costruzione del tronco Coggiola-Pray-Pianceri, di una strada che univa Coggiola a Trivero e a Mosso Santa Maria e della linea ferroviaria a scartamento ridotto Grignasco-Coggiola, inaugurata nel 1908. (M.L.B.)

(nella foto: Coggiola, ex lanificio Lesna)

 

Lanificio Lesna

La Valsesia

Anche se non puo' essere paragonato, dal punto di vista quantitativo, a quello biellese, il patrimonio industriale valsesiano, che vede in Borgosesia il suo capoluogo, e' tuttavia ben documentato. L'economia valsesiana e' da sempre basata "su di una agricoltura di sussistenza affiancata da un piccolo artigianato tradizionale, dall'industria estrattiva, dall'allevamento e dalla pastorizia". La formazione di piccole attivita' manifatturiere a carattere familiare venne favorita dalla presenza di un fiorente mercato laniero, molto frequentato anche dai mercanti biellesi, che vi acquistavano le lane ricavate dalle greggi provenienti dai vasti pascoli dell'alta valle che si fermavano nel fondovalle per la tosatura. Lo sviluppo industriale venne innescato dall'iniziativa di Carlo Antongini, che, nel 1850, fece sorgere ad Aranco il primo nucleo di quella che diventera' la Manifattura Lane. Altra attivita' industriale di rilevanza non solo locale e' quella cartaria, che vede nella Cartiera Italiana di Serravalle l'esempio piu' rilevante. L'industrializzazione tessile non e' comunque limitata al polo borgosesiano ma si sviluppa anche in altri centri quali Grignasco, Varallo e Quarona Sesia, in quest'ultima localita' per iniziativa di imprenditori biellesi. (G.V.)

(nella foto: Borgosesia, Manifattura Lane)

 

Manifattura Lane Borgosesia

Il percorso in Valle Cervo

Da Biella, luogo nevralgico nel processo di industrializzazione tessile biellese, si dirama anche un possibile itinerario alternativo alla "Strada della lana": quello che conduce alla lunga e profonda vallata del torrente Cervo, gia' anticamente segnata da una strada di collegamento che dai piccoli centri di Piedicavallo e di Rosazza attraversava Andorno - sede di un fiorente mercato - e conduceva sino a Biella. L'industria laniera costitui' in questo territorio un fenomeno di "importazione" dalle vicine vallate dello Strona e del Sessera, come si evince anche da una disamina delle origini delle principali famiglie di imprenditori lanieri che nella seconda meta' dell'Ottocento scelsero di impiantare qui, in alcuni centri della bassa valle vicini a Biella e ad essa ben collegati, i loro stabilimenti. I settori tradizionali di attivita' sono infatti in valle Cervo altri. La lavorazione dei cappelli, a Tavigliano, Andorno e Sagliano Micca, ma soprattutto l'artigianato edile: scalpellini, muratori, carpentieri, formatisi a contatto con i grandi cantieri di costruzione dei santuari di San Giovanni di Andorno, di Graglia e di Oropa, gia' dal Cinque e Seicento, da allora rinomati anche "fuori di stato" e pronti a emigrare, per brevi o lunghi periodi, per integrare le magre risorse provenienti dalla lavorazione della terra. (M.Tr.)

(nella foto: Sagliano Micca, Cappellificio Cervo)

 

Cappellificio Cervo

Il percorso verso Trivero

Partendo da Crocemosso, un percorso alternativo sale a Trivero. Qui, come a Castagnea, l'arte della lana ha origini antichissime: infatti, prima dell'avvento della meccanizzazione, uomini e donne si alternavano, quasi in ogni casa, alla filatura e tessitura della lana. Con l'avvio del processo di industrializzazione, nei primi decenni dell'Ottocento, i maggiori fabbricanti della zona furono tuttavia indotti a spostare le loro attivita' in aree di fondovalle, dove le acque dei torrenti scorrevano piu' costanti e copiose. Ma non si tratto' di un "abbandono" definitivo. Quando infatti a inizio Novecento l'introduzione dell'energia elettrica svincolo' le fabbriche dalla localizzazione lungo i corsi d'acqua, cio' che avvenne a Trivero e' l'emblema del profondo legame, affettivo oltre che economico, che univa alcuni imprenditori ai loro territori d'origine: se infatti in quegli anni molti industriali biellesi scelsero di spostare i loro stabilimenti in aree di pianura, meglio servite dalle vie di comunicazione, altri decisero invece di "risalire" le valli per dare nuovo impulso a centri di antica tradizione laniera, ove la presenza di una manodopera specializzata, radicata nei paesi d'origine, veniva riconosciuta come una garanzia di successo dell'attivita' imprenditoriale. E' il caso, a Trivero, degli Zegna, che nel 1907 inaugurarono un nuovo stabilimento, costruito secondo criteri progettuali aggiornati, e che da allora segnarono profondamente la storia di questo territorio, con la realizzazione ad esempio negli anni '30 di un "Centro Assistenziale" per gli operai e, negli anni '50, della strada Panoramica, oggi Oasi Zegna. Scendendo verso Ponzone si attraversa Pratrivero, un altro centro laniero sede del lanificio Vitale Barberis Canonico e di varie filature. (M.L.B.)

(nella foto: Trivero, lanificio Ermenegildo Zegna)

 

Lanificio E. Zegna

Il Mortigliengo

Dalla "Fabbrica della ruota", luogo centrale di tutto l'itinerario, si diparte un altro percorso che risalendo un tratto della Valle del Ponzone, incontrando l'ex lanificio Loro Piana nella localita' Vallefredda, l'ex Giardino poi Spianato nella borgata Pera di Ponzone, prima di raggiungere il lanificio Giletti, piega a sinistra, salendo verso Soprana per raggiungere poi Mezzana Mortigliengo. Questo itinerario collega tra di loro tre cellule dell'Ecomuseo della Provincia di Biella: la "Fabbrica della ruota" appunto, il Molino Susta ed il Museo Laboratorio del Mortigliengo nella frazione Mino di Mezzana. Il percorso consente quindi di evidenziare, nel breve spazio di pochi chilometri, tre distinti periodi tra di loro interconnessi che segnarono, tra Otto e Novecento, il passaggio da un'economia prevalentemente rurale a quella industriale. (G.V.)

(nella foto: Mezzana Mortigliengo, Museo Laboratorio del Mortigliengo)

 

Museo Lab. del Mortigliengo

 

Dai monti al piano

La storia dell'industria laniera biellese non puo' essere raccontata senza far riferimento al paesaggio che ne e' teatro: un paesaggio tipicamente pedemontano, per due quinti padano e per il resto alpino e prealpino, ricco di boschi e di acque, popolato in origine da comunita' di piccoli agricoltori e di piccoli allevatori.

Su questo scenario la produzione della lana si muove, nell'arco di due secoli, dall'alto delle vallate alla pianura. E' noto come le prime attivita' artigianali e proto-industriali in produzioni destinate al mercato si sviluppino in Biella fin dal Medioevo. Tuttavia, quando nel 1750 la provincia di Biella annovera i due terzi dei telai per panni di tutto lo Stato sabaudo, i centri importanti sono Trivero, Portula, Occhieppo Superiore, Vallemosso, Sordevolo, Crocemosso, Santa Maria di Mosso. Originariamente la produzione si svolge a domicilio, coordinata dal "mercante-imprenditore" che fornisce la materia prima e vende il prodotto finale.

A partire poi dai primi decenni dell'Ottocento, con la progressiva meccanizzazione del sistema di produzione, la manifattura si sposta verso i fondovalle, lungo i corsi dei torrenti, in edifici verticali multipiano che sfruttano al meglio la forza idraulica come forza motrice e che con il tempo tendono a ospitare un numero sempre maggiore di fasi di lavorazione.

Accanto all'accentramento dell'attivita' produttiva in stabilimenti industriali, l'industrializzazione del territorio comporta la realizzazione di infrastrutture, di collegamenti viari per merci e manodopera, di canali di derivazione per l'energia idraulica, di servizi diversi come scuole, asili, convitti e villaggi operai. Alla fine dell'Ottocento, il paesaggio biellese appare fortemente industrializzato, ormai costellato da grandi fabbriche e piccoli opifici, ma ancora segnato da un carattere di forte naturalita'.

La fase di stallo, se non di crisi, che l'industria laniera attraversa alla fine dell'Ottocento si interrompe quando, tra gli ultimi anni del secolo e i primi decenni del Novecento, l'introduzione dell'energia elettrica consente alle fabbriche di abbandonare i corsi d'acqua per collocarsi in aree pianeggianti, anche trasformando il loro aspetto architettonico attraverso lo sviluppo in orizzontale. La rinascita della produzione segna pero' il progressivo abbandono di molte delle architetture industriali delle valli, destinate nel volgere di qualche decennio a divenire reperti della cosiddetta archeologia industriale. (M.Tr.)

(nella foto: Castagnea, lanificio domestico)

 

Castagnea

Dall'artigianato all'industria

Della produzione laniera biellese si ha notizia gia' dagli statuti trecenteschi, mentre della sua organizzazione e' noto come, tra Cinquecento e Settecento, si articoli in maniera diffusa sul territorio: gli addetti al lanificio lavorano a domicilio materie prime o semilavorati che l'imprenditore ha consegnato e tornera' a ritirare per la finitura e la vendita. Alcune manifatture si organizzano per lavare, cardare e filare la lana in modo da rifornire i telai domestici, o si dedicano alla tintura del prodotto finale. Verso la fine del Settecento sono gia' 253 le aziende che lavorano la lana nel Biellese, ma dal secondo decennio dell'Ottocento l'introduzione del telaio meccanico innesca un lento processo di innovazione della produzione, destinato a segnare profondamente il territorio con la realizzazione di architetture industriali appositamente progettate e costruite. Nei grandi opifici multipiano degli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento si svolgono o specifiche lavorazioni o lunghi tratti della catena produttiva o, in alcuni casi, il ciclo completo. Allo sviluppo della produzione laniera si accompagna, rilevante nell'economia biellese, quello dell'indotto, innanzitutto officine meccaniche per la riparazione e la produzione di macchine tessili, poi fabbriche di accessori (come i pettini e i licci che si producono a Callabiana, centro dalla lunga tradizione di lavorazione della canapa) o concerie, per la produzione di cinghie per telai o manicotti per carde. Il quadro dell'economia biellese dell'Ottocento non e' tuttavia monoproduttivo: un ruolo importante rivestono maglifici e cappellifici. Questi ultimi producono soprattutto cappelli di feltro e, collocati a Biella e nella zona di Andorno, riscuotono un certo successo nella seconda meta' del secolo.

La produzione di maglieria rappresenta tradizionalmente una specializzazione della zona di Pettinengo, Camandona e Callabiana, legate alla lavorazione della lana, ma anche delle fibre vegetali. Nell'Ottocento, grazie anche alle commesse dell'esercito, si diffonde la produzione di articoli di maglieria. Con l'introduzione dei telai meccanici rettilinei e circolari per maglieria, si compie nel settore un vero salto di qualita', evidente soprattutto nei centri di Camandona e di Pettinengo (con il maglificio Bellia Bernardo e Figli) e poi a Biella (con il maglificio Boglietti). Nel 1887 l'industria biellese della maglieria conta 18 stabilimenti, con 126 telai meccanici, 714 telai a mano e un totale di 1.683 operai. (M.Tr.)

(nella foto: ex lanificio Boggio)

 

Lanificio Boggio

Le meccaniche di Pietro Sella

La grande epopea dell'industrializzazione tessile biellese e' indissolubilmente legata alla figura di Pietro Sella (1784-1827) e alla sua battaglia per l'introduzione delle macchine, portata avanti - con determinazione - in un contesto sociale ed economico ancora fortemente condizionato da vincoli corporativi e da preclusioni governative. Studente presso le "regie scuole" di Biella fino al 1797, poi giovanissimo apprendista nell'azienda laniera di famiglia, Pietro Sella - "tanto operoso" da essere tacciato "d'irrequieto" - "volle viaggiare e vedere coi propri occhi a qual punto fosse l'industria dei pannilani all'estero". All'indomani della Restaurazione, saputo che l'inglese William Cockerill aveva aperto in Belgio un'officina di produzione di macchinari tessili, egli si reco' dapprima in Inghilterra per verificarne in concreto il funzionamento e sulla via del ritorno, in Belgio, ne acquisto' un esemplare per tipologia. Le "meccaniche", importate nel Biellese, vennero installate, nel 1817, nell'antico "Bator" di Valle Mosso, una cartiera riconvertita alla nuova destinazione d'uso e attrezzata con grandi ruote idrauliche: fu fondato cosi' il "Gian Giacomo e Fratelli Sella", primo lanificio italiano a lavorazione meccanica. Si tratto' di un evento epocale, e - superate le ostilita' di operai e fabbricanti - del primo passo verso la rivoluzione industriale in Valle Strona e nel Biellese. Una "rivoluzione" alla quale lo stesso Sella contribui' anche in altro modo, con la creazione nel Biellese della prima officina per la fabbricazione di macchine tessili e, ancora, con la ricerca di nuovi mercati di approvvigionamento di lane pregiate da utilizzare per la fabbricazione di panni fini. E fu proprio, nel 1827, durante un viaggio alla volta del ricco mercato laniero di Pest, in Ungheria, che egli venne colpito da un "insulto apoplettico" che ne avrebbe affrettato di li' a poco la fine. (M.L.B.)

(nella foto: Pietro Sella)

 

Pietro Sella

La fabbrica e le sue architetture

In seguito all'avvio del processo di industrializzazione (1816), grandi e severi opifici pluripiano di tipo "manchesteriano" avevano iniziato a sorgere spesso sul luogo di piu' antichi mulini, cartiere o setifici, riadattati e ampliati nelle loro strutture. L'adozione del modello "manchesteriano", impiegato nel Biellese con un ritardo di diversi decenni rispetto a quanto si era verificato in Inghilterra, era dettata tuttavia dalle medesime esigenze tecniche e produttive, riassumibili nella distribuzione in verticale dei sistemi di trasmissione dell'energia idraulica e nella necessita' di ampi spazi interni indivisi in cui insediare le diverse fasi della produzione: preparazione e pettinatura della lana ai piani inferiori, filatura e tessitura ai piani superiori. Nella fabbrica alta biellese caratteri tipologici ricorrenti - la pianta rettangolare con una larghezza di manica di circa dodici metri, cadenzata internamente da una serie di sostegni di spina; un numero di piani variabile sino ai sei o sette, normalmente attestato sui tre, quattro fuori terra - si accompagnavano all'assenza pressoche' totale di qualsiasi ricercatezza figurativa e al ricorso a materiali tipici dell'edilizia rurale locale: pietra, legno, laterizio, solo in un secondo tempo integrati dall'impiego di componenti metallici e dal calcestruzzo armato. A partire dalla seconda meta' dell'Ottocento l'edificio alto inizio' ad essere affiancato da capannoni a un piano, talvolta a due o piu' piani verso il torrente, ad ospitare i magazzini e i locali destinati alle caldaie e al deposito del carbone, fiancheggiati dalle ciminiere. In seguito, con l'introduzione dell'energia elettrica, molte industrie si rilocalizzarono in aree di fondovalle o di pianura meglio servite dalle vie di comunicazione, costruendo nuovi stabilimenti a "shed", capaci di garantire un'illuminazione uniforme dei grandi saloni di lavorazione e spesso contraddistinti da una maggiore attenzione al trattamento dei prospetti esterni e ai loro caratteri di decoro. (M.L.B.)

 

Ciminiere

La forza motrice

La mancanza di carbon coke, il combustibile fossile utilizzato in Inghilterra a partire dalla fine del '700 per azionare le macchine a vapore, impose agli imprenditori biellesi di costruire le fabbriche lungo i torrenti, in localita' spesso impervie e lontane dai centri abitati. Era possibile cosi' sfruttare i salti d'acqua - quelli naturali, oppure quelli artificiali realizzati con rogge e derivazioni - per mettere in moto, tramite grandi ruote idrauliche, alberi motore verticali che grazie ad apposite trasmissioni trasferivano il movimento ad alberi orizzontali disposti a ogni piano, e di qui infine con l'ausilio di pulegge e di cinghie fino alle diverse macchine operatrici. La fabbrica, costruita intorno ai percorsi del movimento, veniva commisurata anche nelle sue dimensioni alla quantita' di energia che poteva essere prodotta e trasferita, senza eccessive perdite dovute ad attriti, sino alle "meccaniche". Nella seconda meta' dell'Ottocento, a fronte di una sempre piu' massiccia meccanizzazione delle diverse fasi di lavorazione, gli industriali biellesi iniziarono a ricorrere, nei momenti di magra dei torrenti, alla forza motrice generata dalla macchina a vapore. Questa forma di energia venne tuttavia utilizzata in funzione ausiliaria: per quanto infatti il costo del carbon coke fosse diminuito, con il miglioramento dei mezzi di trasporto, esso era comunque ancora piuttosto rilevante.

Alle soglie del Novecento l'introduzione dell'energia elettrica consenti' di svincolare gli stabilimenti dalla vicinanza ai corsi d'acqua, liberando al tempo stesso il lay-out della fabbrica da condizionamenti planimetrici rigidi. Se alcuni industriali scelsero di restare nei luoghi d'origine e di convertire all'uso dell'energia elettrica gli impianti esistenti (l'acqua continuava a essere un bene prezioso per lo svolgimento di alcune fasi del ciclo di lavorazione), altri decisero invece di spostarsi in aree meglio servite da strade e ferrovie, realizzando grandi complessi a sviluppo orizzontale piu' idonei a garantire stabilita' al macchinario e a limitare i danni in caso di incendio. (M.L.B.)

(nella foto: Pray, ex lanificio Zignone, la ruota di trasmissione; fotografia di Franco Antonaci)

 

 

Ruota

Venti secoli di un paesaggio laniero

Come puo' un territorio industriale come quello biellese farsi paesaggio? L'industria, per quanto sia industria cosiddetta leggera, come quella tessile, e' rumore di macchine, odore di olio, fatica scandita da sirene, insomma roba da Prometeo, allegoria della tecnica condannata al lavoro. L'idea di paesaggio rimanda invece all'Arcadia, il mitico luogo da realizzare in concreto, con lo sguardo rivolto alla natura, con l'impegno nei confronti di un giardino, con l'attenzione all'idea di bellezza vissuta nell'otium di una villa, poco discosto un bosco, lontano un gruppo di montagne contro il cielo.

Insomma un territorio, storicamente vissuto con fatica da uomini e donne, allo stesso tempo risorsa e luogo per la produzione di merci, prima di tutto appunto terra, pietre, acque e alberi ai quali si sono legati la vita e il lavoro di tante famiglie, puo' davvero farsi paesaggio, quadro vivente offerto allo sguardo contemplativo di un pittore, di un viaggiatore, di un turista? C'e' un certo fascino in questo interrogativo. Considerato come paesaggio industriale, il Biellese mostra una caratteristica straordinaria: la convivenza tra fabbrica e natura. Un territorio coperto in tempi antichi da foreste, che hanno lasciato tracce in una vegetazione boschiva estesa e rigogliosa, offre con le sue acque la forza motrice all'arte meccanica dell'uomo, che si organizza per filare, tessere, tingere la lana e cosi' facendo trasforma nel tempo quel territorio stesso, con gli opifici, con le ciminiere, con le strade rotabili, i ponti, le ferrovie. In questo scenario, tuttavia, e' arduo segnalare come conflittuale il rapporto tra la natura e la fabbrica, l'una scenario, l'altra protagonista di un brano importante di storia umana, intesa come storia di una cultura e di una civilta'. Dall'Ottocento in poi in maniera piuttosto eclatante il territorio industriale biellese si fa paesaggio, ritraendo quei suoi caratteri in mappe geografiche, repertori fotografici, cartoline, persino marchi di fabbrica e ancora guide turistiche, pagine di letteratura e nel ridisegno stesso di architetture e di luoghi. (M.Tr.)

(nella foto: Pianezze, lanificio Carlo Barbera)

 

Lanificio Carlo Barbera

Il paesaggio sonoro

Il tempo del "lavoro collettivo, legato all'operare delle fabbriche, diverso rispetto a quello agricolo, segnato dal percorso del sole" era scandito dal suono delle campane, l'unica fonte acustica con un ampio orizzonte sonoro disponibile nel momento in cui, nei primi decenni dell'800, prese avvio nel Biellese il sistema di fabbrica. Le campane venivano suonate per chiamare gli operai al lavoro. Quando, attorno alla meta' dell'800, vennero installate nei lanifici le prime caldaie a vapore - le "macchine da fuoco" -, le campane, poste in appositi alloggiamenti sovrastanti l'ingresso principale della fabbrica, cominciarono ad essere sostituite dalle sirene che producevano quel particolare "fischio" che diede origine al modo di dire dialettale "a sciubia l'ava" per significare l'inizio del lavoro e cioe' il "dare acqua" alle macchine. Il suono della sirena divenne ben presto, al pari della ciminiera, uno dei simboli dell'industrializzazione del territorio. Per oltre un secolo nelle valli del Biellese, ma anche nella stessa citta' di Biella, l'urlo della sirena ha scandito i tempi della vita quotidiana non soltanto dei lavoratori, ma di tutta la popolazione. Il suono delle sirene si insinuava nelle valli strette e raggiungeva le frazioni piu' lontane condizionato dal variare della situazione meteorologica, in particolare dai venti dominanti.

La ricostruzione informatica del paesaggio sonoro del Triverese negli anni '60 ci consente di verificare visivamente le modalita' di diffusione del suono. Il fischio della sirena era tanto pregnante nell'ambito della comunita' da avvalorare l'ipotesi che il paesaggio sonoro sia stato determinante per "certificare" l'appartenenza ad una comunita' basata sul sistema di fabbrica; e' quindi legittimo considerarlo come uno degli elementi forti che costituirono l'identita' del territorio biellese. (G.V.)

 

Suono

Da filatori e tessitori a operai

Sino al Sette e Ottocento, nelle vallate biellesi la lavorazione della lana rivesti' per le famiglie contadine un ruolo fondamentale per integrare i magri proventi derivanti dall'agricoltura. Il passaggio degli artigiani lanieri a domicilio da questa condizione, dura ma sostanzialmente autonoma, a una situazione di dipendenza dai ritmi e dalle logiche del lavoro industriale, fu un processo lungo e tutt'altro che lineare, che comporto' un mutamento sociale e culturale di ampia portata. Prima ad essere accentrata in fabbrica e meccanizzata, in seguito all'introduzione delle "meccaniche" nel Biellese (1817), fu la filatura: pur espropriando la famiglia contadina di una fase importante della lavorazione della lana, appannaggio tradizionale delle donne (le "filere"), questa innovazione venne accolta e "assorbita" senza determinare forti proteste. Quando intorno alla meta' del secolo, per migliorare la qualita' delle stoffe prodotte, gli industriali biellesi puntarono ad accentrare in fabbrica anche le operazioni di tessitura, molti artigiani acconsentirono a trasferirsi negli opifici - dove il loro lavoro continuo' in quegli anni, per lo piu', a essere svolto con i tradizionali telai a mano - ma rifiutarono di adeguarsi alle richieste di stabilita' lavorativa avanzate dagli industriali e formalizzate nei cosiddetti "regolamenti di fabbrica". Quelle richieste, infatti, mal si conciliavano con l'esigenza di dedicare parte del tempo alla coltivazione della terra, importante fonte di sussistenza per la famiglia del tessitore. Fu proprio in difesa di una loro autonomia dal sistema di fabbrica che i lavoranti, organizzati in societa' di mutuo soccorso, diedero vita negli anni '60 e '70 a una lunga serie di scioperi. La risposta degli industriali fu, negli anni successivi, l'introduzione su vasta scala del telaio meccanico: pur comportando grossi investimenti, questa scelta infatti consenti' loro di abolire i reparti di tessitura a mano, costringendo gli operai ad accettare ritmi e modalita' di lavoro del "regime" di fabbrica. Un lungo ciclo si era ormai chiuso, un altro si stava aprendo. Quando nel 1889 il conflitto sociale si riacutizzo', le rivendicazioni operaie - abbandonati i precedenti terreni di scontro - puntarono piuttosto ad ottenere aumenti salariali, una diminuzione dell'orario e un complessivo miglioramento delle condizioni di lavoro. Era questa fra l'altro la strada per riaffermare la dignita' di un "mestiere" che, seppure profondamente mutato, aveva forti radici nella storia e nell'identita' della popolazione biellese. (M.L.B.)

 

Gruppo operai

Da mercanti a industriali

Alla figura dell'artigiano dedito alla lavorazione della lana, che filava e tesseva per l'autoconsumo e un limitato smercio locale, si affianco' nelle vallate biellesi - fra Sei e Settecento - la figura del "mercante-imprenditore". Forte di un patrimonio di terre e di capi di bestiame che gli garantiva una certa ricchezza addizionale, il "mercante-imprenditore" acquistava lane grezze sulle piazze di Borgosesia o del piu' lontano Bergamasco e le affidava alla trasformazione degli artigiani, per poi rilevare le pezze lavorate, farle rifinire tramite la follatura - unica operazione del ciclo laniero a essere gia' allora meccanizzata - e smerciarle infine sui ricchi mercati urbani. Talvolta, assumendo le vesti del "fabbricante", i mercanti-imprenditori accentrarono alcune fasi del ciclo produttivo laniero - cernita e lavaggio delle lane, ordito, tintura e finissaggio - in laboratori predisposti all'interno delle proprie abitazioni, trasformate cosi' in vere e proprie case-opificio. La svolta dal sistema manifatturiero al sistema industriale si avvio' nel 1817 per iniziativa di Pietro Sella. Superate rivalita' e diffidenze, altri manifatturieri biellesi - ad esempio i Piacenza, gli Ambrosetti e i Vercellone, da generazioni impegnati nella produzione e nel commercio delle stoffe - imboccarono ben presto la stessa strada, raccogliendo la sfida dell'innovazione tecnologica e della riorganizzazione produttiva. Una mentalita' aperta, un interesse non solo per l'impresa laniera ma anche per altre forme di investimento, fecero di alcuni membri di queste famiglie, oltre che industriali affermati, l'ossatura della classe dirigente biellese, con figure di primo piano nella politica nazionale, nelle scienze e nelle arti. Accanto all'"aristocrazia laniera" di provenienza manifatturiera emersero, nella seconda meta' dell'Ottocento, imprenditori come i Rivetti, i Botto, i Bertotto e molti altri che, veri pionieri, partiti come semplici operai nelle prime fabbriche dell'epoca, grazie ad una dedizione costante al lavoro e continui risparmi costruirono, nel giro di qualche decennio, veri e propri imperi industriali. Scrisse di loro il sindacalista biellese Rinaldo Rigola, cogliendo i tratti essenziali del "carattere" di questi uomini, cosi' come le ragioni - e il prezzo - del loro successo: "I creatori d'industria sono individui che tengono del padrone e dell'operaio, lavorano di giorno e di notte, nei di' feriali e quelli festivi, lavorano bestialmente. Agisce in essi la molla del tornaconto individuale, fors'anco obbediscono ad un bisogno del loro temperamento, ma non lo sanno, e, comunque, non lo dicono". (M.L.B.)

(nella foto: Anselmo Giletti e famiglia)

 

Famiglia Giletti

 

I percorsi del lavoro

In un territorio come quello biellese tradizionalmente povero di vie di comunicazione, gli operai seguivano spesso per recarsi al lavoro sentieri lunghi e impervi, aperti attraverso i boschi per collegare le borgate sparse sui monti alle fabbriche edificate lungo i torrenti. Se fra i tragitti piu' frequentati vi fu sicuramente la "Strada dell'oro", che metteva in comunicazione Castagnea e l'alto Triverese con i lanifici di Masseranga e della Valsessera, altri percorsi molto battuti si trovavano in Vallestrona: si ricordano ad esempio la strada detta "dei tessitori", che dalla frazione Livera di Pettinengo raggiungeva Pianezze a breve distanza dal maglificio Maggia, e il sentiero detto "d'la turbin-a" che consentiva agli operai provenienti da Pettinengo e dai paesi limitrofi di raggiungere rapidamente, costeggiando il santuario di Banchette, la localita' Romanina e le fabbriche Bertotto.

Altri sentieri molto utilizzati erano lo "strusi" e il "tribbi" che da Veglio scendevano verso la Romanina e Pianezze. (G.V.)

(nella foto: Pettinengo, la "Machina brusa'" e il pastore Peru Rus, fotografia di Alfonso Sella)

 

Lanificio Serra
carta  

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