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  Il Museo Laboratorio del Mortigliengo    
   

Il piano terreno

La visita al Museo Laboratorio inizia dal piano terreno, dove viene presentata la prima attivita' riproposta:

L'olio di noci

La produzione di olio di noci e' stata una delle poche attivita' a consentire una qualche forma di commercio nel Mortigliengo. Dalla relazione dell'Intendente Blanciotti del 1756 si rileva che la produzione di olio di noci ammontava a 80 rubbi (unita' di misura pari a poco piu' di 9 kg) a Mezzana, 20 rubbi a Crosa e 100 rubbi a Casapinta, mentre l'olio necessario alle comunita' era di 50 rubbi a Mezzana, 60 rubbi a Strona, 16 rubbi a Crosa, 36 rubbi a Casapinta e 30 rubbi a Soprana. L'olio di noci rappresentava un prodotto importante per la nostra gente. Nato per essere utilizzato per l'illuminazione, e' stato poi utilizzato come medicinale e come condimento. Le notizie che si hanno di questo impianto vengono da testimonianze verbali e da un documento che riferisce della vendita del "torchio da olio con relativo frantoio o pista detenutoŠ in frazione Cereie" da Ernesto Ravetto ad Agostino Minero Re il 17 settembre 1917. L'attivita' del torchio continuo' fino a dopo la fine della seconda guerra mondiale, negli anni 1947-1948. L'impianto per la produzione dell'olio di noci e' formato dalla macina, dalla "cassarola" (pentola in ghisa) e dal torchio. Per produrre l'olio bisogna prima di tutto ripulire i "nuset" (noci) dal guscio: restano "guret" (gherigli) che devono essere passati nella macina. Quindi cosi' sminuzzati devono essere posti nella "cassarola", la pentola in ghisa dove i gherigli vengono riscaldati il piu' possibile, senza pero' esagerare per evitare di alterare la qualita' del prodotto. Una volta scaldati, i gherigli vengono posti nel torchio, dove vengono pigiati. Il procedimento viene ripetuto almeno due volte: dalla pigiatura di 6 kg di noci all'origine, si ricava un chilogrammo di olio. Per la lavorazione venivano utilizzati alcuni attrezzi, quali la pista e il "martel 'd busc" (martello di legno) per rompere il "nusuc", che si ottiene dopo la prima spremitura delle noci. Al piano terreno, oltre all'impianto per la produzione dell'olio di noci, troviamo due ambienti: la cantina e la stalla.

 

Mino

La cantina

La cantina era il locale dove veniva conservato quel poco vino che veniva prodotto nella nostra zona. Il Mortigliengo non e' mai stata zona di grande produzione, infatti la relazione Blanciotti parla di una produzione di 204 "carra da brenta 10 cadauna", e la relazione Ghilini del 30 dicembre 1776 parla di vino di "infima qualita'". Si puo' quindi dedurre come fosse molto scarsa la produzione di vino. Nella cantina venivano conservati altri prodotti, come la carne, che veniva sistemata nella madia (armadio a muro dove venivano conservati gli alimenti). All'interno della madia troviamo:

- la pentola di terracotta dove venivano tenute le uova, che venivano immerse nella calce e potevano essere conservate anche per un anno;

- l'olio di noci;

- l' "ulla" (contenitore in terracotta) per la conservazione della carne di maiale. Il maiale veniva ingrassato con le castagne di scarto e le ghiande. La carne, ma anche i salami, venivano immersi nel grasso di maiale. I contenitori in terracotta della madia provengono quasi tutti da Ronco Biellese. Sulla madia vi sono diversi attrezzi:

- la "spin-a" che serviva per spillare il vino;

- la macchina da imbottigliare;

- un attrezzo che serviva per togliere l'olio da sopra le damigiane del vino. Per evitare che il vino si inacidisse, sopra il vino nella damigiana si metteva un po' d'olio: il beccuccio veniva inserito nella damigiana, si inspirava dall'altro beccuccio e l'olio finiva nella botticella;

- la "preggia", imbuto di legno.

Alle pareti vi sono poi appesi altri attrezzi tra i quali le "machine dal sulfu", solforatori per aiutare le viti contro la peronospera (fungo parassita). Altro curioso attrezzo e' la "preggia", imbuto per riempire le botti, ricavata in un pezzo solo di legno incavato.

 

 
torchio

La stalla

La stalla rappresentava il luogo piu' importante della casa: nella stalla trovavano ricovero gli animali, venivano riposti gli attrezzi agricoli, veniva utilizzata come stanza da bagno e come luogo di ritrovo della famiglia. Nella stalla venivano normalmente allevate una mucca e una capra, in modo da avere una produzione di latte per la famiglia per tutto l'anno. L'angolo piu' importante era dove si faceva veggia, cioe' dove si vegliava, dove la famiglia si trovava sfruttando il calore degli animali, dove si lavorava a maglia, dove ai bambini venivano raccontate le favole e le tradizioni orali, oppure dove avveniva la pulizia dei "nuset" per fare l'olio di noci. Nella stalla era sempre presente anche un quadretto dedicato a S. Antonio abate, protettore degli animali domestici. Era "S. Antone dal purchet" perche' in ogni quadretto il santo era rappresentato con un maiale ai suoi piedi: il maiale era il piu' importante animale per la famiglia, perche' forniva carne e grasso. Tra gli attrezzi si segnalano le "ventule" e le "npale" per dividere il chicco dalla spiga di grano: per eseguire l'operazione veniva "asfaltato" il cortile con lo sterco di vacca o di cavallo, si metteva lo sterco in un contenitore, si impastava e poi si stendeva sul cortile; il sole seccava quanto steso e sopra allo strato di sterco seccato si buttava il grano o la segala. Il tutto veniva battuto con il "tresch" fino a quando il chicco si separava dalla pula: con il "trent" si toglieva la paglia ed i chicchi si raccoglievano con la "ventula" e si buttavano dietro le spalle. Il chicco piu' pesante andava lontano, mentre il piu' leggero rimaneva piu' vicino, in modo da selezionare la qualita' del chicco. In questa stanza troviamo poi ancora il "candle'", il candelabro sostegno della candela.

 

 
prospetto  

 

Il primo piano

Al primo piano incontriamo due locali diversi tra loro ma molto importanti: la falegnameria e la cucina.

La falegnameria

Gli attrezzi della falegnameria sono stati recuperati a Strona in una casa nelle vicinanze della frazione Orcurto. Era appartenuta a falegnami che fino al 1917 avevano lavorato con questi oggetti in un locale molto simile a questo. Il locale ci presenta tantissimi attrezzi: i "sarzan" (morsetti),i "truschin" (graffietti che servivano per tracciare linee rette sul legno), il "levarin" che serviva per togliere chiodi, i "fer da marche'", ferri che venivano arroventati per segnare i prodotti dopo che erano stati costruiti, la serie di scalpelli e di pialle. Nella falegnameria il camino serviva per fondere la colla di pesce. Il ferro veniva scaldato e poi veniva messo sul legno per scaldare il legno e la colla ed era chiamato "fer da 'ncule'". Vi si trovano poi la mola ad acqua che serviva per molare gli scalpelli ed i ferri delle pialle, e diversi tipi di ressie, seghe di varie dimensioni e di diversi utilizzi.

 

 
 

La cucina

Il pavimento della cucina e' ribassato rispetto al loggiato esterno: questo perche' quando il camino veniva utilizzato per l'essiccazione delle castagne, il fumo veniva deviato nella "gra'" sotto il tetto ed il fumo inondava la cucina. Il ribassamento consentiva al fumo di uscire dalla porta senza affumicare gli occupanti. I legni appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per 8-10 giorni per consentire loro di "sudare˛; gocciolava il grasso e poi venivano messi nelle ulle, immersi nel grasso per la conservazione. Nella cucina troviamo diversi attrezzi che venivano utilizzati dalle donne:

- la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o di castagne;

- la "piatera", mobile che contiene tutte terracotte di Ronco Biellese;

- il "peilot 'dla cua" ed i "tund", i piatti;

- il "querc", coperchio non rifinito all'esterno ma all'interno, perche' veniva utilizzato per servire le portate (come le frittate);

- il "putage'", un fornello a braci dove si poteva fondere utilizzando le braci del camino il lardo che serviva per condimento anche per l'insalata;

- il camino e le sue componenti, quali l'"arna'", la soglia in pietra, le molle, il "barnaz", la paletta per le braci, il "riet d'la pulenta", bastone che serviva per girare la polenta, il "frustin" utilizzato sempre per la polenta e realizzato in legno di bosso. Importante poi l'illuminazione: la cucina era l'unica stanza illuminata, in questo caso con una lampadina con filamento metallico. L'energia elettrica a Mezzana e' arrivata nel 1918: e' stato ritrovato un contratto con cui una famiglia si assicurava il diritto a 3 lampadine da 5 candele non cumulabili, che venivano concesse in tutti i giorni meno i festivi.

 

 

 

Il secondo piano

Al secondo piano incontriamo la seconda produzione documentata: la lavorazione della canapa. La visita comincia dalla camera da letto, a cui seguono le stanze per la filatura e la tessitura della canapa.

 

 
 

La camera da letto

La camera da letto, oltre ad essere il luogo dove si dormiva, era il luogo in cui si custodiva il corredo delle donne e della famiglia. Nel locale troviamo l'altarino, adorno di ricami, presente nelle camere da letto di ogni abitazione, e l'effige della Madonna di Oropa, il letto in noce da una piazza e mezza: particolare il materasso in tela di canapa riempito di "megliasce", le foglie della meliga piu' vicine alla pannocchia. Il cuscino era lungo, alla "franseisa". La coperta e' "unica" e ovviamente fatta a mano, con l'ordito di canapa e la trama di avanzi per renderla piu' pesante. Vi e' poi il "quarpie'", il copripiedi. Nel locale vi sono poi ancora:

- la "cun-na", la culla;

- la "munnia", attrezzo che veniva messo sotto le lenzuola con dei mattoni caldi per scaldare il letto;

- la buiotta in terracotta, che riempita di acqua calda serviva a scaldare il letto;

- l' "urinere";

- il bagno da camera con paletta incorporata;

- diversi indumenti in canapa.

 

 
 

La stanza della filatura della canapa

Nella stanza della filatura della canapa troviamo:

- il "filare";

- la "rucca", attrezzo realizzato in canna di bambu', che funzionava nel modo seguente: al centro venivano messe una noce e una castagna, nelle quali si infilava la canapa per poi filarla;

- i "fus", i fusi e il "portafus", che veniva utilizzato per alloggiare i fusi per filare;

- il "ruet" , che serviva per fare le spolette che venivano poi usate per il telaio e l'orditoio;

- le carde da canapa;

- la "preggia", imbuto di legno.

Fuori dalla stanza della filatura, troviamo poi:

- le piante di canapa suddivise in quattro fasci: due piante di maschio (canva) che viene raccolta alla meta' di agosto e due piante di femmina (canvus) che si raccoglie alla meta' di settembre e che viene considerata di qualita' inferiore;

- la "gramola", attrezzo che serviva per rompere la canapa.

 

 
 

Il locale della tessitura della canapa

Nel locale troviamo il telaio, la macchina piu' complessa a disposizione della famiglia. L'esemplare conservato in questo locale e' costruito ad incastri e quasi senza chiodi, se non quelli utilizzati nelle varie epoche per correggere i danni dell'usura. Questa macchina e' costruita con il piu' grande risparmio di materiali, poiche' i licci sono stati realizzati in corda di canapa ed il pettine in legno di bambu'. Sul telaio e' ancora visibile lo stemma della famiglia walser che ne era proprietaria. Il telaio e' "caricato" con circa 400 fili di canapa filata a mano. Per tenerli assieme, i fili venivano trattati con la chesa, una sorta di collante per tessere la canapa. Anche l'orditoio e' costruito senza chiodi: e' stato ritrovato in frazione Cereie di Mezzana ed e' "caricato" con filato di canapa. In questa stanza troviamo poi ancora il "candle'", il candelabro sostegno della candela.

 

 

Il sottotetto

Nel sottotetto troviamo la terza attivita' documentata: l'utilizzo della pianta del castagno e delle castagne. In primo luogo vi e' la "gra'", un essiccatoio dove le castagne venivano essiccate grazie al fumo prodotto dal camino della cucina al primo piano opportunamente deviato: veniva steso uno strato di 20-25 cm di castagne e nel giro di 20-25 giorni, giorno e notte, le castagne si asciugavano. La "gra'" e' costituita da un graticcio in legno di castagno, ed il fumo passava sotto le castagne. Per girare le castagne veniva utilizzato il "rastel dla gra'", che con una forma molto strana permetteva di arrivare in tutti gli angoli della "gra'". Nel sottotetto troviamo poi diversi attrezzi che venivano utilizzati per lavorare il legno di castagno o il frutto, la castagna. In particolare:

- l'"oca", un carrettino utilizzato per spostare i tronchi dai boschi, soprattutto da utilizzare per fare i tetti;

- le "asiu da square'" o "trentine", asce particolari;

- "strabicun" o "strussur", utilizzati per tagliare le piante alla base;

- la "ressia di rasgin", la sega dei segantini utilizzata nei nostri boschi, in quanto, non disponendo di animali per il trasporto di grosse piante, venivano tagliate sul posto: venivano fatte cadere sui cavalletti e tre persone le segavano in assi. Anche le assi del pavimento sono state segate con quella tecnica: si tagliava fino a meta' tronco e poi si girava sul cavalletto e si segava per l'altro verso; ogni taglio serviva per due tavole;

- la "sacoccia", la sacca in tela di canapa dove le castagne dopo l'essiccatura venivano messe e battute sul "sciuc", il ceppo di legno. Si batteva sul legno per non rovinare la tela di canapa della sacca;

- i "pichet", che servivano per aprire i ricci;

- le "mazze per sciape'" , le mazze per spaccare i pezzi di legno con cunei in legno;

- le "mazze dla pila", mazze che servivano per frantumare le castagne mettendole dentro alla pila di pietra;

- il "rastel", un rastrello per raccogliere i ricci, che cadevano prima delle foglie e venivano raccolti per essere soprattutto bruciati;

- il "val", attrezzo che serviva per pulire le castagne dopo che erano state battute con la tasca;

- diverse scuri, ognuna con una diversa funzione, da taglio, da "square'", da "sciuaie" per fare le striscioline di castagno che servivano per i "scistun", le gerle;

- la "crava" a tre gambe, che veniva portata nel bosco o nel prato e serviva per caricare la gerla;

- la "crava", portantina per il legno;

- il "cavalet da rasie'", il cavalletto per segare;

- la "min-a" e la "mezza min-a", l'emina, unita' di misura per commercializzare le castagne: 5 emine facevano un sacco (si racconta che durante l'ultima guerra nella bassa erano scambiati una emina rasa di castagne contro una emina colma di meliga);

- il mulino per fare la farina di castagne;

- il "casiun" di castagne, diviso a meta' per conservare le castagne da farina e da minestra, veniva chiuso a chiave perche' nessuno poteva permettersi di mangiare le castagne;

- il "pistun", attrezzo che da una parte serviva per battere le castagne e dall'altra parte per la brillatura del riso.

Nel sottotetto troviamo poi il cannone per sparare alle nuvole: una originale forma di difesa contro la grandine, con il quale venivano sparate cartucce di sali di ioduro allo scopo di "rompere" le nuvole.

 

gra

 

La cantina dell'aceto di mele

In un immobile staccato dal fabbricato principale del Museo Laboratorio, si trova la cantina dove e' documentata la produzione dell'aceto di mele. Un tempo la produzione ed il commercio dell'aceto di mele rappresentavano una rilevante attivita'. Infatti il Piemonte, ricco di moltissimi vini, in prevalenza rossi, produceva di conseguenza aceti rossi, per cui l'aceto di mele, chiaro, era molto ricercato negli scambi. L'aceto serviva come disinfettante, come conservante, come deodorante, aggiunto all'acqua come bibita dissetante, come sgrassante e anche come anticoncezionale. Nella cantina troviamo:

- il "torc", il torchio;

- la macchina per" trie' 'i pumme", per tritare le mele con due cilindri a differenti velocita';

- alcune acetiere d'epoca.

Le mele vengono prima tritate e successivamente torchiate: il succo di mela che si ottiene viene versato in damigiana, dove nei mesi successivi si svolgono le diverse fasi per ottenere l'aceto. Quanto fosse diffuso il commercio dell'aceto si evince da una leggenda raccontata dagli anziani, secondo la quale, quando al Culumb (Cristoforo Colombo) scopri' le Americhe, trovo' un persona di Mortigliengo che, seduto su di una botte, vendeva il proprio aceto.

 

 

 
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